“Usura” bancaria Un “male sommerso” o un errore di valutazione?

La definizione e la legittimità del tasso di interesse nei contratti bancari ha dato vita negli anni ad un ricco contenzioso, in considerazione del quale il Legislatore è più volte intervenuto.

Un aspetto particolare che oggi, colpa anche la gravissima congiuntura economica che ha colpito famiglie ed imprese, è motivo di contenzioso “seriale” in materia bancaria, estremamente tecnica e complessa, e cui bisogna avere riguardo ai fini della valida determinazione del tasso di interesse, è il carattere usurario dello stesso.

Sull’argomento punto di partenza per le considerazioni che seguono e lo sviluppo di dibattiti interessanti è la recente pronuncia del Tribunale di Verona che il 12 settembre 2015, che ha affrontato, ancora una volta, la problematica della cumulabilità del tasso corrispettivo con quello moratorio, ai fini della verifica del rispetto del tasso soglia ex lege 108/96.

Sostiene il Tribunale l’infondatezza giuridica di detta cumulabilità giacchè in contrasto con gli artt. 644 c.p. e 1815, c.2, c.c., aventi ad oggetto i soli interessi remunerativi.

Ma va precisato che secondo il D.L. 29.11.2008 n.280 (convertito nella L. 2/2009) gli interessi, le commissioni e le provvigioni derivanti dalle clausole, comunque denominate, che prevedono una remunerazione, a favore della banca, dipendente dall’effettiva durata dell’utilizzazione dei fondi da parte del cliente sono comunque rilevanti ai fini dell’applicazione dell’articolo 1815 del codice civile, dell’articolo 644 del codice penale e degli articoli 2 e 3 della legge 7 marzo 1996, n. 108.

Ma vi è il Ministro dell’economia e delle finanze che, sentita la Banca d’Italia, emana le disposizioni transitorie in relazione all’applicazione dell’articolo 2 della legge 7 marzo 1996, n. 108, per stabilire il limite previsto dal terzo comma dell’articolo 644 del codice penale, oltre il quale gli interessi sono usurari.

Già il tribunale di Milano con ordinanza di rigetto a ricorso ex art. 702 bis cpc del 28.1.2014 ha fornito una diversa interpretazione della sentenza della Corte di cassazione 350/2013 , sicuramente più approfondita ed in linea con l’interpretazione fornita dalla stessa, escludendo la cumulabilità degli interessi corrispettivi con quelli moratori nella verifica del superamento del tasso soglia dell’usura.

Il Giudicante, con la citata ordinanza, rigettava la richiesta del correntista di condanna della banca alla restituzione degli interessi pagati e delle ulteriori spese accessorie non dovute, affermando che la Suprema Corte con la citata sentenza del 2013 non si sarebbe mai espressa nel senso voluto dal ricorrente (ossia che al fine della verifica del rispetto tasso soglia vadano cumulati tasso corrispettivo e tasso di mora) avendo invece unicamente affermato il principio ritenuto corretto anche dal Giudice milanese secondo il quale “si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui sono promessi o convenuti a qualunque titolo e, quindi, anche a titolo di interessi moratori”.

È evidente, nel ragionamento del Tribunale, che la maggiorazione cui si riferiva la Corte con la sentenza n. 350/2013 riguardasse unicamente la modalità di pattuizione del tasso di mora che, vieppiù, nel caso concreto, era di per sé usurario.

Ma facendo qualche passo avanti rispetto anche alla citata ordinanza, sul punto si deve osservare che non giova alla tesi criticata anche dal Tribunale veronese neppure il consueto richiamo all’inciso “a qualunque titolo” di cui all’art.1 D.L. 29 dicembre 2000 n. 394 (conv. in L. n. 24/2001) posto che:
a) si ha riguardo a norma di “interpretazione autentica” degli artt. 644 c.p. e 1815, comma 2, c.c., univocamente destinata ad individuare il momento di rilevanza temporale della convenzione usuraria, fermo restando l’originario ambito oggettivo delle norme interpretate;

b) la norma, sul piano della tecnica legislativa, soffre di evidenti pleonasmi (come è reso chiaro anche dall’uso di locuzioni ridondanti quale quella degli interessi “promessi o comunque convenuti”) che suggeriscono prudentemente di ravvisare nell’inciso “a qualunque titolo” null’altro che un’ulteriore enfasi destinata semplicemente a rimarcare l’inclusione nel tasso soglia di qualsivoglia interesse, purché remunerativo, quale che sia il nomen attribuitogli dalla parti;

c) tale esegesi trova definitivo riscontro sistematico nella successiva disciplina di cui all’art. 2 bis, comma 2, del D.L. 29 novembre 2008 n. 280 (conv. nella L. 2/2009) in forza della quale il tasso soglia va individuato secondo il metodo di rilevazione della Banca d’Italia, con esclusione quindi del cumulo predicato.

In conclusione, seguendo la linea di tali Giudici parrebbe irrazionale ravvisare il superamento del tasso-soglia ex legge 108/96, raffrontando il risultato dei tassi cumulati con il diverso (e ovviamente minore) tasso fissato nei decreti ministeriali trimestrali che quel cumulo, invece, escludono.